E' ormai diventato un fenomeno sociale. Un qualcosa che ha schierato, chi da una parte, chi dall'altra, il mondo politico e pallonaro italiano. Sto parlando della Tessera del Tifoso, questa carta di credito il cui possesso sarà obbligatorio dalla prossima stagione sia per sottoscrivere gli abbonamenti allo stadio di una qualsiasi squadra professionistica, sia per entrare nel settore ospiti di ogni stadio italiano. E' l'ultima trovata del Governo italiano contro la violenza negli stadi. Una trovata che, a mio modo di vedere, non fa altro che confermare la linea dura della Politica verso i tifosi delle squadre di calcio italiane. Ma una trovata che non è altro che la punta dell'iceberg del "mondo pallone italiano" destinato, soprattutto per le categorie inferiori, al fallimento economico e sociale. L'ostruzionismo da parte delle tifoserie organizzate è più che comprensibile: non ha senso la costrizione al possedimento di una carta di credito per il consenso all'ingresso in un luogo pubblico. Al massimo, potrebbe essere un optional atto a permettere ai possessori di usufruire di agevolazioni, non solo legate al mondo del calcio.
Non credo che il problema degli ultras sia la schedatura: in fin dei conti già dall'anno scorso l'introduzione dei biglietti nominali ha permesso a tutte le Questure italiane di usufruire di un database completo con i dati anagrafici dei tifosi di ogni singola squadra professionistica che, con l'aggiunta delle telecamere per la videosorveglianza, ha completato il quadro. Una cosa che non concepisco molto, come non concepisco che in base al possedimento di una tessera magnetica un tifoso possa essere considerato "buono" o "cattivo" e il corrispondente settore di un qualsivoglia stadio italiano "Sicuro" o "non sicuro". Non capisco inoltre perchè, a un intero gruppo di persone, possa essere vietata una trasferta in un dato luogo: è un'imposizione che va contro la Costituzione Italiana.
Sarà, ma a me tutte queste manovre contro la violenza negli stadi non piacciono proprio: mi sembra siano più improntare a favorire la diffusione delle pay tv, alla riduzione del numero di tifosi sugli spalti (cosa fino a questo momento riuscita visto il crollo delle medie spettatori registrato in tutti gli stadi italiani negli ultimi anni) e alla radiazione del tifo organizzato piuttosto che all'aumento della sicurezza. Sicuramente aiutano la Polizia nella gestione delle tifoserie, il che è positivo se consideriamo che gli agenti non sono strapagati, seppur rischino la vita in più di un'occasione durante la loro carriera. Ma non è positivo togliere la voce a quelle curve dove, è vero, si possono anche trovare degli esagitati, ma curve che sanno spesso essere pungenti, sia a livello calcistico che sociale, con striscioni e cori tanto concisi e schietti quanto chiari.
Pensate poi che per l'organizzazione della sicurezza di ogni singola partita, l'Alessandria, tanto per prendere una squadra a caso, l'anno scorso, ha speso 4.000 euro a match. In serie A è un'inezia, in Lega Pro un po' meno: 4.000 euro, moltiplicati per le 17 gare interne stagionali di una squadra di calcio, portano a una cifra vicina ai 70.000 euro, ingaggio di un buon giocatore sia di Prima che di Seconda Divisione.
La cosa che mi lascia esterrefatto è, quindi, l'atteggiamento indifferente delle società: perchè il danno economico arrecato da questi provvedimenti, specialmente in Lega Pro dove non esiste (ancora) la pay tv, è allucinante. Basti pensare sempre all'Alessandria, che nella prima partita della scorsa stagione al Moccagatta, vuoi per la disorganizzazione della società, vuoi per la disorganizzazione dei tifosi, perse almeno un migliaio di spettatori, con la media del pubblico che per tutta l’annata fu quel che fu.
E come non parlare del modello inglese. Andate in Inghilterra, e chiedete quanti supporters vorrebbero tornare, ad esempio, ad assistere alle partite senza l’obbligo di rimanere seduti: secondo un sondaggio della BBC, quasi il 92%. Alla faccia. In Inghilterra almeno, i provvedimenti vengono varati solo dopo un confronto tra Governo, Federazione e Associazioni dei tifosi (cosa che non accade invece da noi), gli stadi sono tenuti in modo rigoroso, come in Spagna (trovarne di decenti in Italia invece è cosa rara), e non hanno milioni di barriere atte a dividere i vari settori dove sono sistemate le tifoserie. Questo non perchè gli Inglesi siano più bravi degli italiani, ma perchè in Inghilterra, a differenza dell'italia, tutti coloro che sgarrano pagano. E profumatamente. In Italia quando ci scappa il morto e si finisce sui media si diventa capri espiatori, altrimenti capita spesso che leggi e regolamenti, dal codice della strada a quelle degli stadi, vadano a interpretazione.
In sostanza, per eliminare la violenza negli stadi basterebbe poco: servirebbero controlli degni di tal nome sia agli ingressi, sia nelle vicinanze degli stadi (se entrano le bombe e i coltelli nelle curve qualcosa ancora non va); servirebbe uno Stato deciso contro quei personaggi che vanno allo stadio solo per fare dei guai e che pensano che instaurare delle battaglie contro i sanitari dei settori ospiti o rubare peluche e birre negli autogrill siano gesti responsabili e utili alla comunità. Ma questi personaggi non vanno diffidati: se spaccano, rubano o alcoltellano vanno messi a marcire in galera, come i criminali. Però in Italia questo spesso non è possibile, perchè tra indulti e permessi vari, di frequente i veri criminali sono in libertà, per un motivo o per un altro. E non parliamo poi di quelle curve che risentono delle infiltrazioni di organizzazioni criminali contro le quali lo Stato forse non vuole (o forse non può) avere potere. Sarebbe sufficiente questo per far capire alla gente che lo stadio, e soprattutto le vie e i parcheggi d'accesso, non sono (più) zone franche dove si può fare ciò che si vuole. Invece andiamo avanti con provvedimenti repressivi, aumenti dei prezzi dei biglietti e degli stipendi dei calciatori, schedature, imposizioni e divieti, e poi ci piangiamo addosso se abbiamo gli stadi vuoti e se non ci lasciano organizzare europei e/o mondiali: in fin dei conti è quello che ci meritiamo.
Condividi