A meno di 24 ore dalla trasferta di Figline a cui non potremo partecipare perchè sprovvisti dell'ingiusta Tessera del Tifoso,pubblichiamo un bell'articolo di Sergio Mutolo,direttore editoriale di CalcioPress,testata giornalistica molto interessante per tutti gli appassionati della Serie C:
Chi è favorevole alla Tessera del tifoso ritiene che la sua introduzione contribuirà a portare più spettatori. Sarebbe infatti eliminate le limitazioni imposte dal Casms, l’organo ministeriale che coordina l’afflusso negli stadi, e dall’Osservatorio. L’assioma è: più tessere del tifoso ci saranno e meno porte chiuse si vedranno. Calciopress dissente da questa impostazione e si dichiara da tempo contrario alla diffusione della “tessera” in generale e nelle serie minori (Prima e Seconda Divisione di Lega Pro) in particolare.
Il fatto è che il tifoso non appartiene a una categoria certificabile con un documento. Cambiare il calcio senza capire lo spirito che anima chi riempie gli stadi appare impresa titanica. Chi occupa le stanze dei bottoni dovrebbe decidersi a chiarire, soprattutto a se stesso, questo concetto.
La Tessera del tifoso, un documento che dovrebbe diventare obbligatorio a partire dalla prossima stagione agonistica per quanti hanno (ancora) voglia di andarsi a vedere il calcio dal vivo. Si tratta di un documento magnetico che consente, tramite un chip, l’identificazione del possessore. Un aggeggio che potrebbe diventare indispensabile per entrare in quelle inutili cattedrali del deserto nelle quali sono state trasformate gli stadi italiani.
Viene da chiedersi se certe persone sappiano davvero cosa significhi essere tifosi. Tanto più quelle che avrebbero l’onere (l’onore) di stabilire le linee guida del “nuovo calcio” che si vuole imporre dalle loro algide stanze dei bottoni scollegate dalla realtà quotidiana. E che dovrebbero, in primo luogo, avere contezza della tipologia di utilizzatori del prodotto che intendono così pervicacemente trasformare in qualcosa di amorfo che ne snatura i connotati.
"Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di se stessi, di quello che si è stati, di quello che si spera di continuare a essere. E' un segno, un segno che ognuno riceve una volta per sempre, una sorta di investitura che ti accompagna per tutta la vita, un simbolo forte che si radica dentro di te, insieme con la tua innocenza, tra fantasia, sogno e gioco", ha osservato con grande acume il poeta Giovanni Raboni.
”Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente. Senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sè" dichiara senza mezzi termini Nick Hornby, scrittore inglese autore del libro cult Febbre a 90.
Un aforisma di Blaise Pascal, “il cuore ha le sue ragioni, ma la ragione non riesce a capirle”, riassume con efficace sintesi gli imperscrutabili motivi che spingono il tifoso ad amare ciò che ad altri non parrebbe meritevole di esserlo. A legare il proprio destino, indissolubilmente, con quello della propria squadra del cuore.
“Nessuna industria della televisione sembra che gli interessi dei tifosi, ma senza l'urlo ed il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero. E' una storia di passione. Sarà sempre così. Senza la passione il football è morto. Solo ventidue uomini grandi e grossi che corrono su un prato e danno calci a una palla. Proprio una gran cagata. E' la tifoseria che lo fa diventare una cosa importante”, sostiene John King, icona del mondo ultras, nel suo Fedeli alla tribù.
Per queste e per molte altre ragioni non può (non potrà) mai essere la banale tessera definire se il sostenitore di una squadra purchessia possa essere definito un tifoso. Una vera mistificazione, a dirla tutta.
Perché essere tifoso vuol dire appartenere a una categoria dell’anima, difficile da incasellare. E, dunque, dirigere una squadra di calcio significa avere la consapevolezza di mettersi a capo di un’azienda speciale che nulla ha da spartire con altre attività imprenditoriali.
Finchè tutto ciò non sarà chiaro nella testa di chi occupa le stanze dei bottoni, e solo un soprassalto etico potrà renderlo possibile, in Italia la deriva del calcio e il vuoto degli stadi saranno inarrestabili.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net
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Il fatto è che il tifoso non appartiene a una categoria certificabile con un documento. Cambiare il calcio senza capire lo spirito che anima chi riempie gli stadi appare impresa titanica. Chi occupa le stanze dei bottoni dovrebbe decidersi a chiarire, soprattutto a se stesso, questo concetto.
La Tessera del tifoso, un documento che dovrebbe diventare obbligatorio a partire dalla prossima stagione agonistica per quanti hanno (ancora) voglia di andarsi a vedere il calcio dal vivo. Si tratta di un documento magnetico che consente, tramite un chip, l’identificazione del possessore. Un aggeggio che potrebbe diventare indispensabile per entrare in quelle inutili cattedrali del deserto nelle quali sono state trasformate gli stadi italiani.
Viene da chiedersi se certe persone sappiano davvero cosa significhi essere tifosi. Tanto più quelle che avrebbero l’onere (l’onore) di stabilire le linee guida del “nuovo calcio” che si vuole imporre dalle loro algide stanze dei bottoni scollegate dalla realtà quotidiana. E che dovrebbero, in primo luogo, avere contezza della tipologia di utilizzatori del prodotto che intendono così pervicacemente trasformare in qualcosa di amorfo che ne snatura i connotati.
"Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita, di se stessi, di quello che si è stati, di quello che si spera di continuare a essere. E' un segno, un segno che ognuno riceve una volta per sempre, una sorta di investitura che ti accompagna per tutta la vita, un simbolo forte che si radica dentro di te, insieme con la tua innocenza, tra fantasia, sogno e gioco", ha osservato con grande acume il poeta Giovanni Raboni.
”Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente. Senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sè" dichiara senza mezzi termini Nick Hornby, scrittore inglese autore del libro cult Febbre a 90.
Un aforisma di Blaise Pascal, “il cuore ha le sue ragioni, ma la ragione non riesce a capirle”, riassume con efficace sintesi gli imperscrutabili motivi che spingono il tifoso ad amare ciò che ad altri non parrebbe meritevole di esserlo. A legare il proprio destino, indissolubilmente, con quello della propria squadra del cuore.
“Nessuna industria della televisione sembra che gli interessi dei tifosi, ma senza l'urlo ed il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero. E' una storia di passione. Sarà sempre così. Senza la passione il football è morto. Solo ventidue uomini grandi e grossi che corrono su un prato e danno calci a una palla. Proprio una gran cagata. E' la tifoseria che lo fa diventare una cosa importante”, sostiene John King, icona del mondo ultras, nel suo Fedeli alla tribù.
Per queste e per molte altre ragioni non può (non potrà) mai essere la banale tessera definire se il sostenitore di una squadra purchessia possa essere definito un tifoso. Una vera mistificazione, a dirla tutta.
Perché essere tifoso vuol dire appartenere a una categoria dell’anima, difficile da incasellare. E, dunque, dirigere una squadra di calcio significa avere la consapevolezza di mettersi a capo di un’azienda speciale che nulla ha da spartire con altre attività imprenditoriali.
Finchè tutto ciò non sarà chiaro nella testa di chi occupa le stanze dei bottoni, e solo un soprassalto etico potrà renderlo possibile, in Italia la deriva del calcio e il vuoto degli stadi saranno inarrestabili.
Sergio Mutolo - www.calciopress.net